Il nome delle leggi

Negli ultimi anni si sta riscontrando con sempre maggiore frequenza che le leggi approvate dal Parlamento italiano non portano più il nome del suo promotore ed estensore bensì viene dato loro un mone che vorrebbe farle identificare con più facilità.

E’ pur vero che molte leggi, rimaste nella memoria collettiva, sono identificate da un numero. Chi tra le donne non conosce l’immediata connessione della legge 194 e l’interruzione di gravidanza?

O chi non associa immediatamente la legge 180, detta legge Basaglia, con la chiusura dei manicomi? Altre leggi importantissime della nostra legislazione portano il nome di chi le propose, cone la legge Merlin sulla chiusura dei bordelli, la legge Turco-Napolitano che interveniva con alcune luci e molte ombre sul tema dell’immigrazione.

Con il governo Renzi si inaugura la stagione delle leggi con nomi che sono più che accattivanti, direi pleonastici. La legge delle leggi dell’epoca renziana è stata la cosiddetta “Buona scuola”, una inutile ridondanza. Intanto la scuola se non è buona è ovviamente cattiva, ma la cattiva scuola ha un altro significato non strettamente connesso all’istruzione. La “Buona scuola” non è stata né buona per gli alunni in quanto non sono sparite le classi pollaio né sono state implementate alcune discipline; non è stata buona per i docenti che si sono ritrovati in un’istituzione dove i dirigenti hanno assunto ancora maggiori poteri discrezionali e di indirizzo, è stato introdotao la valutazione del merito con criteri del tutto arbitrari e con compensi ridicoli.

buona scuola.png

Un’altra legge devastante che è stata battezzata con un nome proprio è il “Jobs act”. A parte l’uso improprio del pluralre in jobs, ma Renzi in inglese non è una cima, questa legge ha nei fatti ucciso moltissimi diritti dei lavoratori e ha cancellato l’art. 18, cosa che non era riuscita a Berlusconi. Si da enfasi alla parola “Job” (occupazione) ma  nei fatti si è distrutto quel mondo e lo si è fortemente precarizzato.

jobs act.png

Renzi, chiamando le leggi con i nomi di fantasia e non con il nome di chi le ha formulate, ha aperto il corso populista che ha trovato piena attuazione con il governo giallo-verde. Di Maio, nonostante l’anti-renzismo viscerale, continua su quella scia intitolando il suo decreto “decreto dignità”. Anche Di Maio usa una denominazione truffaldina in quanto in quel decreto di dignità non se ne vede. Il decreto non reintroduce l’art. 18, allunga soltanto di un anno le coperture degli ammortizzatori sociali, limita il numero delle possibilità di rinnovo del contratto a termine sperando che venga trasformato a tempo indeterminato. Usare il termine dignità è una scelta dietro cui si cela un moralismo piuttosto becero. Di Maio è stato premiato dagli elettori perché aveva promesso di restituire dignità ai “cittadini”. Ma per quelli che versano in condizione di povertà assoluta ol “decreto dignità” non ha stanziato un euro nè si posto un rimedio a chi è rimasto senza casa.

decreto dignità.png

Le leggi sono imbellettate con nomi da effetti speciali, da fruizione immediata con un tweet, ma queste leggi spesso vanno contro gli interessi dei più e questi nomi di fantasia sono solo una delle tante mistificazioni su cui si regge lo storytelling della politica italiana.

Questa voce è stata pubblicata in articoli. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...